Italia provvisoria: sembra oggi

“Gli italiani sono fatti così: fanno il contrario di quello che è prescritto dall’autorità… Avendo scarsissima fiducia in se stesso, l’italiano ha bisogno di essere “anti” qualcosa…”. Non sembrano parole

scritte oggi in qualche editoriale di un quotidiano nazionale? Non sembra la fotografia anche del nostro malessere di questi mesi pandemici?

E invece sono parole di 75 anni fa. Che testimoniano la preveggente lucidità con la quale Giovannino Guareschi seppe leggere e raccontare l’Italia del dopoguerra. Non solo: la pubblicazione è del 1947, e può meglio illuminare lo stato d’animo con cui lo scrittore visse quegli anni che lo portarono alla creazione dei suoi personaggi più noti (Don Camillo e Peppone) ma anche, e soprattutto, a quel Diario clandestino degli anni del lager che ha una straordinaria nobiltà da proporci.

E’ un album, nel quale Guareschi – multimediale ante litteram – mette insieme ritagli di giornali, racconti, riflessioni e battute. C’è ancora, inevitabilmente forte, l’eco della guerra appena conclusa e della lunga stagione fascista che a Giovannino non poteva piacere (“Le dittature sono la vivente negazione dell’umorismo”). Ma neppure potevano piacergli, a lui che con i compagni del lager era orgoglioso di non aver perso umanità neppure da prigioniero nelle baracche, le crudeli reazioni di piazzale Loreto e la lunga stagione delle vendette e del sangue nell’Emilia “Messico d’Italia”.

Ci sono frasi che davvero ci dicono tanto dello scrittore e dell’uomo Guareschi, in uno dei passaggi determinanti della sua vita, nel quale le speranze e illusioni per il dopo-lager lasciano il posto alle prime fondamentalli disillusioni.

Andiamo per temi. Uno dei primi è l’umorismo, che era stato il marchio di fabbrica di Giovannino fin dai tempi dei primi disegni, delle cronache sulla Gazzetta (non di rado inventate) e dell’esaltante avventura del Bertoldo. Oltre alla già citata frase sulle dittature, Guareschi spiega che “umorismo non vuol dire critica, ma soprattutto autocritica”. Poi c’è una frase che sembra perfetta anche per il nostro 2021: “Guardiamoci allo specchio e ridiamo della nostra tracotanza”; e ancora “Diventiamo più seri: impariamo a ridere”.

Non scambiatele per frasi generiche o per semplici battute. C’è qui la poetica di Guareschi: c’è la spiegazione dei toni del “Diario clandestino”, che parla di un dramma ma lo fa con il sorriso; e c’è anche una chiave di lettura del Don Camillo, dove l’umorismo non è mai fine a sè stesso nè tantomeno un registro riduttivo, ma è la chiave per affrontare la realtà e anche le sue tragedie, come appunto guerra e prigionia.

E c’è un altro elemento che ricorrerà in Guareschi e caratterizzerà le sue opere più note: “Impariamo a parlare con la semplicità dei Vangeli”. “Le regole più importanti d’ogni teoria importante sono elementari: Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Qui c’è, evidentemente, un manifesto che già fa parte del Diario (e della Favola di Natale), ma che emergerà soprattutto nella costruzione del personaggio più importante fra Don Camillo e Peppone: il Crocifisso parlante.

Il sorriso e l’umorismo, dicevamo prima. Ma il Giovannino del dopoguerra non è più il battutista impertinente e scanzonato degli anni del Bertoldo. Lo dice lui stesso, con parole toccanti: “Non sono reduce perchè non sono ancora tornato completamente…Una parte di me aspetta che gli dica che è finita la retorica dell’odio”. No, non è davvero questo il Paese che sperava di rivedere dopo il buio del lager: dalla retorica del fascismo ora si rischia di passare a quella del miraggio sovietico.

E qui si cimenterà il Guareschi giornalista-vignettista: nasceranno i “Contrordine compagni” e i manifesti elettorali con il celeberrimo “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”. Una contro-propaganda che avrà effetti non secondari nella sconfitta del Fronte socialcomunista (e di conseguenza nelle antipatie che una certa critica militante riserverà a Guareschi fino ai giorni nostri).

Poi ci sono i racconti. Non sempre memorabili, come è inevitabile in chi scrive tanto, ma a volte commoventi e delicati: dal ritorno del reduce dalla Russia che incontra i “fantasmi” della sua famiglia alla serenata delle lettere del’alfabeto per la vecchia Maestra, che incarna la figura della madre e che sarà anche la protagonista di una delle più belle pagine del Don Camillo.

Ognuno poi sceglierà se e su che cosa essere d’accordo in termini di idee, ma la grandezza di Guareschi è che potrebbe (e dovrebbe) piacere a tutti proprio perchè di nessuna idea resta schiavo: “Non rispecchio il pensiero di nessun partito e di nessuna corrente”. Ce ne sarebbe per tutti, anche guardando all’oggi: “Se volete avere successo procedete a slogan: è una cosa che non obbliga a pensare”… Ma l’importanza del libro, mi pare, va al di là anche di questo: è l’autoritratto di un uomo che la guerra e la prigionia hanno profondamente cambiato, che vede in questo primo dopoguerra i segni del disincanto e della delusione più che della speranza, e che per non affondare si affida come a un salvagente alle due risorse che meglio conosce: la Fede e il sorriso.

Ed è solo se si comprende questo intenso travaglio che si potrà capire quanto profonde, al di là delle apparenze e delle scazzottate da paese, vogliano essere le pagine del Don Camillo e il sofferto racconto del Diario. Perchè Guareschi, lo ribadisco, certamente non è stato il più raffinato dei nostri scrittori, ma nel suo scrivere ha versato tutto sè stesso con la sua sincerità e le sue speranze nell’Uomo, anche quando mal riposte. E questa sincera profondità e dignità indipendente il lettore l’avverte: anche oggi, in una Italia diversamente ma ancora inesorabilmente provvisoria…

IL CASO GUARESCHI: un libro e un progetto

(Ps – Intanto è di questi giorni l’uscita di un nuovo libro su Guareschi di Beppe Gualazzini, già autore di una bellissima e affettuosa biografia. Ne parleremo certamente)

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