La Rabbia di Pasolini e Guareschi: un’idea per Parma 2021-23

Fra le speranze e l’impotenza, per questo anno da Capitale della Cultura diventato un biennio ma isterilito dalla pandemia, spunta comunque la voglia che Parma sfrutti la scia – anche solo abbozzata – di questa esperienza. E che la “capitale”, titolo comunque effimero e per la nostra città a volte fin troppo abusato, possa assorbire e trasmettere Cultura anche oltre questo privilegiato e insieme disgraziato periodo. Come?

Beh, ovviamente su questo tema altri avranno titoli, ruolo e risorse per varare un percorso che non si fermi a Parma 2020+21. Ma nel frattempo, un primo piccolo tassello lo butto lì mescolando ricerca personale e possibile agenda cittadina.

Nello studio che mi ha portato alla pubblicazione del libriccino su Il caso Guareschi, ed. Diabasis, una delle cose che più mi hanno colpito e affascinato è certamente il film “La Rabbia”, che vide insieme e allo stesso tempo contrapposti Giovannino Guareschi e Pier Paolo Pasolini. Un film nato e quasi subito “sparito”, come se quell’operazione dovesse essere nascosta.

Il film (in realtà un doppio commento a spezzoni di cinegiornali d’epoca) è in realtà un po’ lungo e talvolta datato. Ma nonostante questo, il documento regala qua e là alcune perle di entrambi i “registi”. E se è netta la contrapposizione delle idee e delle prospettive messe in campo da Pasolini e Guareschi, c’è comunque una irripetibile analisi “opposta” su un momento storico per il mondo, fra guerre (vere e “fredde”), speranze (i due “Giovanni” ovvero Papa Roncalli e Kennedy) e primi sintomi di problemi che sarebbero arrivati fino ai giorni nostri, come il rapporto fra popolazioni africane e colonialismo.

Due visioni diversissime, verrebbe da dire inconciliabili. Eppure accomunate da almeno due cose: la lucidità e la disillusione nell’analisi della trasformazione dell’Italia da Paese contadino a Paese di consumismo. Allora, anche se appena abbozzate, ci sono piccole ma significative anticipazioni di analisi che poi Pasolini avrebbe approfondito. Compresa quella sul ruolo della tv, che però è…nella parte guareschiana.

Insomma, pur senza certo dire che l’uno influenzò l’altro, si può pensare che quel lavoro comune – seppur con adeguato “distanziamento”, come lo chiameremmo oggi – possa regalarci almeno due cose: una luce in più sui rispettivi percorsi, ma anche una rifllessione a 60 anni di distanza su ciò che Pasolini e Guareschi rispettivamente colsero di una trasformazione economica ma anche antropologica che per tanti versi dura ancora.

Da una parte c’è qualcosa del Pasolini poeta e futuro “corsaro”, che avrebbe contraddistinto la scena intellettuale italiana per altri 12 anni; dall’altra c’è un Guareschi più vicino alla fine (che sarebbe arrivata cinque anni dopo nel luglio del 1968 della contestazione generale), e per il quale questo film può gettare luce preziosa per capire meglio il genio “clandestino” degli anni del lager. E anche per decifrare il suo amatissimo Don Camillo, con Peppone e Crocifisso, fuori dagli schemi che proprio dalla guerra fredda di quegli anni gli rimasero appiccicati e che ancor oggi lo emarginano da Storie della Letteratura e Antologie scolastiche.

Mi immagino una proiezione pubblica, con dibattito di studiosi anche da fuori, nell’aprile 2023, quando appunto cadranno i 60 anni dall’uscita del film. Ma sogno anche un cammino di preparazione locale, che già da fine 2021 coinvolga Assessorato alla Cultura del Comune, Università (docenti ma anche studenti), cultori di Cinema, giornalisti e studiosi guareschiani e pasoliniani. Nell’epoca che non sa quasi più dibattere, il confronto fra idee così diverse – e rispettivamente così amate – potrebbe essere una splendida occasione per far discutere e riflettere Parma, e per mantenere alla nostra città un ruolo di stimolo che, al di là della stagione da Capitale, riesca a dare vita ad eventi che possano avere e stimolare anche un seguito nazionale.

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